|
Cronaca della festa così come si svolgeva negli anni '30.
Il testo è tratto da: TEODORICO MARINO e LUIGI RENZETTI, S. Vito Chietino e l'eremo di Gabriele D'Annunzio, nella serie "Le città d'Abruzzo", Società bibliografica abruzzese, Ortona a Mare, p. 26-27. Processione in mare del 1945
Come una grande galea che attende di liberarsi dai puntelli, per scendere nelle acque, il verde promontorio di San Vito si protende nell'Adriatico, quasi nell'imminenza di levar l'àncora e far vela. Il mare nella sua azzurra veste di seta lucente, si orna di mille frange d'argento, e s'incorona di spume, lungo tutta la riviera, dal promontorio di Ortona alla Penna del Vasto, nelle piccole baie falcate, nelle scogliere frequenti.
Nelle estreme ore della notte, quando le stelle cominciano a tremolare e a impallidire, cento, mille vele latine si spiegano nella vastità del mare, come aquilotti che si partono dal nido, nelle acque d'una primavera notturna, in un incantesimo di stelle. Lungo il litorale tra il verde degli aranci, il grigio degli oliveti e il giallo delle ginestrelle, sciamano ville civettuole e casette rustiche, che d'estate si animano di gaia mondanità. Quando poi, al tramonto, le vele latine, tanto piccole nell'arco del più lontano orizzonte, si avvicinano e tornano al lido, il piccolo porto peschereccio echeggia delle grida d'invocazione alla Vergine, alternantisi con i rauchi richiami dei pescivendoli.
Qui tra la pece e il catrame (dei cantieri primitivi che ricordano «l'arzanà dei Veniziani» tra l'intrico delle reti e delle sartie, tra i cumuli di canape e di sparto, a pochi metri dal mare, sorge il tempio consacrato dalla fede popolare alla Madonna del Porto: quattro pareti impregnate di salmastro, e coperte di ex-voto, un altare nudo e la statua della Madonna. Il piccolo oratorio è così prossimo al lido, che dal suo ingresso non si vede se non il flutto, come dal castello di un'alta prora; sembra, talora, quando le furiose mareggiate si spingono sino all'altare, che la cappella non sia che la chiglia di una nave prigioniera di ghiacci polari. Ed è infinitamente gradevole non sentire attorno alle pareti sacre fluire la vita comune, ma provare e respirare quasi la libertà di una navigazione avventurosa.
L'ultima domenica di luglio di ogni anno, in questo tempio, è festa grande. Le nude pareti dei tempio sono pavesate di drappi dei più svariati colori, e l'altare si copre di ginestre e di gerani, e la statua della Madonna indossa un abito di porpora e d'oro, tempestato degli ori lucenti e delle pietre preziose, che il popolo le dona, in segno di grazia. Tutto il litorale, dall'arida foce del Feltrino sino al più lontano trabocco si incorona di luci, come per una festa votiva.
Le reti per quel giorno non scendono nelle profondità marine, e gli argani si arrestano, e i calafati non trattano la pece. È un giorno di grazia!
Ma il rito, che caratterizza questa festività della riviera abruzzese, si celebra il giorno della vigilia. I marinai portano con loro, nell'alto mare, la statua della Vergine che sa i ritmi delle onde, e le sinfonie delle tempeste.
Al primo mattino del sabato, la Madonna viene collocata nella barca, precedentemente designata dalla sorte, sopra un altarino improvvisato col timone e con la vela che odora di catrame. L'altare non ha né ciborio né ampolle né messale, ma ha per arredi le funi dell'antenna e l'àncora che sa gli abissi marini. E i cuori votivi, attaccati alla ricca veste, sembrano avere un gran palpito di vita e di luce.
Così lo stormo delle vele latine si parte verso il luccicore delle ultime stelle, con la divina patrona del porto. Nell'alto mare, le coppie di paranze di Ortona, di Pescara, di Torino incontrano lo stormo, e i marinai si segnano, come dinanzi al tempio del loro paese. Gettano l'àncora in lontananza: la barca della Madonna è nel mezzo e intorno si dispongono le altre paranze, come per un officio divino. La voce del sacerdote si leva, nell'arco dell'orizzonte infinito, più chiara e sonora che nelle navate del tempio, e i marinai ripetono il versetto eucaristico, e lo sciacquio e lo sciabordio dei flutti accompagnano la cadenza della preghiera.
Nel pomeriggio lo stormo si ricompone, ravviandosi verso il lido. E come il lido si scorge, mille leggere imbarcazioni, con tutto il popolo devoto, salpano incontro alla Madonna. Sembra di assistere ad una grande e fantastica processione nella baia falcata, che assume una linea mistica a somiglianza delle nostre basiliche.
Le paranze approdano lontane dal porto, molto più in giù nel litorale. La Madonna è presa sulle spalle dai marinai, e dietro di essa si compone una lunga processione di fedeli salmodianti, che percorre la via della riviera verso la cappella. Al suo passaggio, è una continua pioggia di ginestre, sì che la via è tutta giuncata, dal luogo dell'approdo all'oratorio del porto.
E poi è festa fino a notte tarda!
Così i marinai di San Vito festeggiano nel mare la loro Madonna. Nel rito vi è una voce di gratitudine e di invocazione, vi è tutto l'ardore mistico di questa gente rude e generosa che vive una vita ben più alta di quella che può apparire dalle misere contingenze quotidiane. Nel paradiso dei santi, essi si sono creati questa patrona, per possedere «spiritualmente un amico nel cielo, obbedendo a un bisogno intimo, sentimentale e mistico insieme». E, se in materia di fede e di santi, «è la verità della leggenda quella venuta dalla tradizione, quella venuta dal cuore e dall'anima del popolo, quella venuta dalle anime semplici e dai cuori schietti» la sola verità autentica, a noi piace la leggenda di questa Madonna, che in una notte di burrasca apparve ad una paranza di San Vito, e la trasse a salvamento.
Quante volte, raccolti nel cassero di una nave o, disperatamente aggrappati alla sbarra del timone contro la furia della tempesta, i marinai di San Vito invocheranno la loro Madonna che dal romito oratorio li guarda e li sorveglia, li protegge e li aiuta!
E la Madonna, dalla nicchia, con i suoi grandi occhi dal colore del mare, col suo sguardo buono, doma le furie delle onde, che sommesse vengono a lambire il sagrato dell'oratorio.
|